L’intelligenza artificiale continua a essere il tema del momento. Ma se fino a poco tempo fa il discorso più caldo tra le imprese riguardava la sua adozione rapida, una corsa che nel 2025 ha spinto il mercato italiano dell’AI oltre 1,8 miliardi di euro, oggi il tema che anima di più il mondo aziendale è un altro: come si gestisce correttamente l’intelligenza artificiale?
Dall’adozione al controllo dell’AI
Che l’AI sia ormai al lavoro nella maggior parte delle aziende è diventata la normalità: le grandi imprese italiane che l’hanno già adottata sono infatti più di 7 su 10, spinte nella maggior parte dei casi dalla necessità di non restare indietro rispetto alla concorrenza, di stare al passo con le tendenze tecnologiche e di vedere benefici concreti nel minor tempo possibile.
Con il tempo, però, lo sguardo delle aziende è cambiato. Applicata ai processi reali, l’AI rivela tutta la sua potenza, e insieme la delicatezza di una tecnologia che va saputa maneggiare. Senza un governo adeguato, i benefici immaginati rischiano di restare sulla carta, mentre ai vantaggi si affiancano rischi che meritano la stessa attenzione riservata a ogni altra risorsa critica dell’azienda.
Cosa cambia con l’AI Act
Non è un caso che questa nuova attenzione nasca proprio adesso. La stessa consapevolezza che sta portando le aziende a rivedere il proprio approccio all’AI è anche alla base dell’AI Act, il regolamento europeo pensato per accompagnare la diffusione della tecnologia con regole proporzionate al rischio che comporta.
Il testo disciplina infatti l’uso dell’AI in azienda secondo alcuni criteri di priorità, con l’obiettivo di renderne la gestione più sicura e responsabile. Ecco perché iniziare a porsi alcune domande su come l’AI viene usata in azienda è un buon punto di partenza per governarla con criterio.
Hai messo in sicurezza la tua AI aziendale? Cinque domande per capirlo
1. Da dove è entrata l’AI in azienda?
C’è chi ha un progetto AI ufficiale, magari con un budget dedicato, e chi invece l’ha vista entrare da decine di altre parti: dentro funzioni già incluse nei software aziendali, nelle piattaforme SaaS che hanno aggiunto un assistente generativo, oppure attraverso strumenti scelti da un singolo team o collaboratore perché utili e rapidi da adottare (ChatGPT? Copilot? Claude? Perplexity? A ognuno il suo).
Spesso questi strumenti restano fuori dal radar dell’IT, perché adottati in modo isolato e frammentato. Può sembrare scontato, ma il primo passo per governare l’AI resta conoscere realmente quali strumenti di intelligenza artificiale sono presenti in azienda, e da dove siano arrivati.
2. Che informazioni vengono fornite agli strumenti AI?
Immaginiamo tutte le attività per cui un collaboratore potrebbe avvalersi dell’intelligenza artificiale, ad esempio di un AI chatbot. Su un primo livello, il più innocuo, correggere un testo, cercare informazioni sul web, organizzare il lavoro quotidiano.
Poi, però, possono subentrare attività ben diverse: generare una proposta commerciale a partire da dati sensibili dei clienti, tradurre documenti legali riservati, integrare uno strumento AI direttamente con altre piattaforme aziendali.
Spesso, manca una regola chiara su cosa l’AI può trattare e cosa no, e soprattutto su chi risponde delle decisioni prese a partire dai suoi risultati.
3. Decide una persona o decide l’AI?
L’AI può essere raffigurata come una collega instancabile e molto veloce: in una giornata di lavoro legge e riassume documenti in pochi minuti, confronta centinaia di dati in tempo reale e, infine, suggerisce decisioni e priorità.
Il punto critico arriva quando questi suggerimenti diventano subito decisioni, senza una verifica umana. È proprio questo uno dei punti su cui l’AI Act è più severo. Infatti, il regolamento distingue gli usi in base al rischio che comportano, e più il rischio sale, più il giudizio umano deve restare al centro in modo visibile, tracciabile, responsabile.
4. Con chi parlano realmente i clienti e fornitori?
L’interazione umana sta lentamente lasciando spazio all’interazione con l’AI, anche nelle relazioni quotidiane con clienti e fornitori. Per questo diventa importante saperla gestire bene, in modo che la comunicazione resti sempre affidabile e continui a trasmettere fiducia anche quando a rispondere è una tecnologia.
È anche uno degli obiettivi dell’AI Act, che chiede alle aziende di rendere riconoscibile l’uso dell’AI in determinati casi, così che il rapporto con clienti e fornitori non perda in chiarezza.
5. L’ecosistema aziendale è pronto per l’AI?
L’AI funziona al meglio in un ecosistema pulito e ordinato. Per questo è importante gestire bene identità, accessi e sistemi: l’AI elabora le informazioni a cui ha accesso, ed è compito dell’azienda assicurarsi che quell’accesso sia regolato, per evitare che dati sensibili o informazioni riservate restino esposti senza un controllo adeguato.
Governare l’AI significa anche formare le persone che la usano ogni giorno, così da riconoscere le minacce che la stessa tecnologia sta rendendo più sofisticate. Secondo ENISA, phishing e social engineering restano infatti tra i vettori di attacco più diffusi, e l’AI li rende più credibili e più facili da scalare.
Governare l’AI per garantirne la sicurezza
Queste domande restano un punto di partenza teorico, ma bastano per capire quante dinamiche entrano in gioco una volta che l’AI è stata adottata in azienda. Entrare in quest’ottica è ciò che permette di passare realmente dalla semplice integrazione della tecnologia a una sua governance completa.
Con l’AI Act è finalmente disponibile un riferimento per comprendere da dove iniziare per rendere l’AI uno strumento utile, sicuro per i dati e per le persone, e parte del perimetro aziendale da proteggere.
